Tradurre un testo da una lingua all’altra è un’operazione molto complessa e delicata, per niente automatica o meccanica. Occorre che chi si incarica di trasportare il significato del testo originale nella lingua di arrivo sia in grado di padroneggiarla perfettamente, in modo da conoscere tutte le sfumature di significato che possono assumere le varie parole e riprodurre lo stesso stile e atmosfera generale che l’autore del testo ha scelto di creare nell’originale da lui scritto.
È impossibile, quindi, utilizzare dei programmi automatizzati per svolgere il lavoro di un professionista, in quanto per ogni espressione ci sono infinite varianti da tenere in considerazione. E se certamente è vero che spesso molte frasi non presentano particolari problemi e si riescono a tradurre velocemente e senza incontrare grandi ostacoli, è anche vero che a volte si possono incontrare dei veri e propri scogli, delle parole o espressioni che sembrano intraducibili.
In pratica, una parola o espressione intraducibile è un testo o parte di esso per il quale non c’è una corrispondenza tra la lingua di partenza e la lingua di arrivo: tra le due lingue c’è dunque un vuoto, manca una parola nella lingua di arrivo che sia perfettamente corrispondente a quella della lingua di partenza.
L’intraducibilità assoluta
Alcuni studiosi hanno estremizzato questa considerazione, arrivando ad affermare che in realtà ogni singola espressione sia intraducibile. Secondo questa teoria, infatti, dal momento che ogni lingua è strettamente collegata alla propria cultura, alla propria terra e al popolo che la parla, è impossibile che si verifichi una corrispondenza perfetta tra due parole in due lingue diverse: ci sarà sempre qualcosa, anche un piccolo elemento, che renderà le due parole lievemente differenti da una lingua all’altra.
Sebbene sia impossibile non riconoscere a questa teoria degli elementi senz’altro validi ed indiscutibili (come ad esempio il fatto che ogni lingua è profondamente legata alla sua cultura), d’altro canto è anche vero che nel corso della storia si sono sempre avute traduzioni di testi e si continueranno a produrre per sempre: per quanto la corrispondenza possa essere più o meno perfetta, varrà sempre la pena di fare almeno un tentativo, il guadagno di poter apprezzare opere originariamente scritte in un’altra lingua è certamente superiore alle eventuali perdite di significato legate alla traduzione.
Ma cosa succede quando ci si trova di fronte a delle parole per quali effettivamente non esiste un corrispondente nella lingua di arrivo? Il traduttore si trova costretto a ricorrere a degli stratagemmi, a dei procedimenti per aggirare questo vuoto e riuscire in ogni modo a trasmettere il significato della parola originale. In questo caso, le strategie da prendere in considerazione possono essere più di una.
Il calco
Una delle possibili soluzioni alle quali può ricorrere è quella di creare una parola che corrisponda all’originale, si può creare una nuova parola combinando altri termini già esistenti nella lingua, oppure semplicemente aggiungere una sfumatura di significato a parole che già esistono.
Appartengono alla prima tipologia di parole i termini grattacielo – che combina grattare e cielo proprio come la corrispondente parola inglese combina sky e scrape – e ferrovia – che è un calco dal tedesco Eisenbahn dove Eisen vuol dire ferro e Bahn vuol dire via. Un altro tipo di calco, invece, è quello con il quale al verbo realizzare è stato aggiunto il significato di rendersi conto sulla base del corrispondente inglese realize.
Il prestito
Decisamente più radicale rispetto al calco, è una soluzione che prevede semplicemente di introdurre la parola della lingua di partenza anche nella lingua di arrivo. Un esempio è la parola giapponese wasabi, utilizzata per indicare una pianta che cresce soltanto in questo paese e il cui termine originale è stato preso in prestito dall’italiano senza apportare alcuna modifica.
L’adattamento
Tra le soluzioni per ovviare all’intraducibilità di un termine o di un espressione, certamente una delle più utilizzate è l’adattamento, ovvero una traduzione completamente libera che però permetta di conservare lo stesso significato e lo stesso stile della lingua di partenza.
Spesso, questo procedimento viene utilizzato nelle opere letterarie o cinematografiche, per cercare di rendere i titoli o i nomi dei personaggi. Così, ad esempio, uno dei principali personaggi incontrati nella versione originale di Harry Potter, Professor Snape, diventa in italiano il “professor Piton”: attraverso una traduzione libera, si è comunque cercato di conservare il senso evocativo dell’originale.
Traduzione letteraria e letterale
A volte, infine, può capitare che il testo contenga un significato che vada oltre il senso letterale espresso dalle parole, e ciò avviene soprattutto nelle battute e nei giochi di parole. In questo caso, sebbene esista la possibilità di tradurre letteralmente l’espressione della lingua originale, potrebbe essere più opportuno distaccarsi dal mero significato letterale per evitare di perdere il senso comico della frase o l’assonanza di parole.
Un esempio di due diverse versioni della stessa espressione, una letterale e una più letteraria, si ha con la traduzione del titolo di una famosa opera di Oscar Wilde: The importance of being Ernest. Traducendo alla lettera con L’importanza di chiamarsi Ernesto, si perde completamente il significato ironico del titolo che vuole significare anche l’importanza di essere onesto, dall’assonanza di Ernest con earnest. In questo caso, la traduzione L’importanza di essere Franco rispecchia maggiormente il significato nascosto del titolo, pur non essendo affatto una traduzione letterale.
La decisione di quale delle varie opzioni sia da preferire sta tutta alla sensibilità del traduttore, alla sua capacità di individuare di volta in volta come uscire dall’impasse dell’intraducibilità con il minor danno, ovvero modificando il meno possibile il testo dell’originale senza tuttavia compromettere la scorrevolezza e la leggibilità del testo tradotto.
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